Comunicazione assertiva e non violenta

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Il cafone
che dà del cafone
al cafone
che dà del cafone
al cafone
che dà del cafone
al cafone che …

🎼🎶🎵Alla fiera dell’Est…🐃🐴🐩🐖🦨🦇

I social e la tv sono pieni di conversazioni come queste.

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Giusto in questi giorni ascoltavo una persona a questo proposito e ciò che mi riportava era un episodio quasi quotidiano dove questa spirale infinita di rimpallo inquinava la sua vita da tempo poiché “non vista” da entrambe le parti.

“ma io ho ragione e lui/lei è così e così e così e così e così e così!”

AIUTO!

“Scendere dalla giostra! La corsa è finita!”

Almeno uno dei due, per fermare l’escalation (sperando che sia in grado di farlo) dovrebbe iniziare a smettere di alimentare il conflitto in corso.
Come una bicicletta in decelerazione.

L’EPIC FAIL in una conversazione che diventerà un conflitto senza via di uscita, è quello di esprimere un giudizio sull’altro anziché riportare ciò che sentiamo emotivamente accadere in capo a noi stessi al verificarsi di una certa situazione.

Ti hanno toccato su un bisogno?
Su un valore personale?
Sulla tua identità?

Esprimi come ti senti, parla di te.
Astieniti dal giudizio e di parlare dell’altro e “probabilmente” andrà tutto bene.

Ne parlavamo anche in classe ieri, nell’ora di organizzazione del lavoro, a proposito di gestione del conflitto con i colleghi…

Questo atteggiamento a seconda che sia di apertura o di “chiusura giudicante” innesca un effetto specchio spettacolare
che in caso di giudizio si trasforma spesso in una deflagrazione difficile da disinnescare. In caso di atteggiamento accogliente si può arrivare al momento “win win”.

Purtroppo anche quando siamo in noi stessi, l’altro spesso non ci ascolta anche se stiamo parlando di come ci sentiamo in una certa situazione.
Anche se non lo stiamo attaccando o giudicando.
A volte ciò che diciamo viene trasformato in qualcosa di orribile nonostante si sia cercato di essere autentici e parlando con l’io assertivo.

Questo accade quando l’altro entra nella sua ferita personale o addirittura ci vive costantemente agganciato in modo inconsapevole: parte il giudizio automatico a difesa (o parte la congiura del silenzio).

La nostra parola su come ci sentiamo anche se espressa senza giudizio a volte sta toccando una ferita aperta e non consapevolizzata e in questi casi c’è poco da fare.

Allagare il cuore e le braccia, almeno idealmente, trovo sia un modo per rispondere “senza colpo ferire”.

“Senti è tardi, vado a bermi un caffè, una tisana, a farmi una passeggiata, a cantare un fado, ballare una rumba, a pisciare il cane che non ho…”
Fai una giravolta, falla un’altra volta, guarda in su, guarda in giù, dai un bacio a chi vuoi tu.

Potrebbe essere utile evitare di farci agganciare dalla mitragliatrice di parole (o dal silenzio punitivo) poiché è una perdita di tempo e di energia,
posto che l’altro, “partendo per la tangente” ha chiuso ogni canale del cuore e di comunicazione empatica e sta scegliendo l’attacco (aperto o nascosto) per difendersi da un nemico immaginario.

Un passo indietro insomma, con tanto respiro.
Se teniamo a quella relazione, mettiamoci il cuore e prendiamo spazio.

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(Poi c’è chi ama scientemente far saltare i nervi al prossimo per partito preso e spesso per sottile divertimento e allora vabbè…
Si parla di altro e questa è un’altra storia 🤐 )
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http://www.saramaitegirardi.com

Carta da un mazzo di Eckart Tolle

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