DELL’AMORE E ALTRE CONTORSIONI MENTALI DI FINE ESTATE


(Tra vergine e bilancia si sturano lavandini e si vede più chiaramente il passaggio da cavillo a relazione).
Chagall, Dalí e Schiele a corredo visivo e simbolico.
No AI.

La realtà in ciascuno di noi, è ciò che è.

È ciò che è
e ciò che c’è,
al di là di ciò che vorrei che fosse, di ciò che sarebbe giusto che fosse e di ciò che l’altro dovrebbe capire, fare o diventare.

Questo vale anche, e soprattutto, nelle relazioni.
La multidimensionalitá degli stati di realtà regna sovrana.

L’altro è quello che è. E basta.
Se fosse, sarebbe altro.

Come noi…
Porta con sé la propria storia, le proprie paure, i propri desideri e le proprie contraddizioni.
I propri fantasmi transgenerazionali e le proprie lealtà invisibili.
Fa le proprie scelte.
A volte ci incontra 😍 altre volte ci delude, ci irrita, ci ferisce o ci mette davanti a situazioni che non avremmo scelto.

Ed è proprio nell’incontro con l’altro che qualcosa comincia a muoversi dentro di noi.

Un’emozione, una reazione, una memoria.
Una ferita che si riattiva.
Forse una parte di noi che non avevamo ancora visto.

Ma, proprio per questo, c’è una distinzione che per me è sostanziale.

Ciò che l’altro fa appartiene all’altro.
Ciò che accade dentro di me appartiene a me e io posso decidere.
Attenzione alla tanto sbandierata legge dello specchio che viene usata anche per manipolare.

Questo non significa considerare tutto ciò che sento “un problema mio”, né assolvere l’altro dalle conseguenze delle sue azioni o giustificarlo.
Significa anche riconoscere che, quando qualcosa mi ferisce, quella ferita può avere una causa concreta, esterna, reale oltre a una interna mia.

Una coltellata è una coltellata, sia chiaro.
La cicatrice resta.

Posso vedere con chiarezza ciò che sta accadendo fuori di me e, contemporaneamente, osservare ciò che quell’esperienza sta muovendo dentro di me?

Da questa distinzione possono nascere domande importanti:

Che cosa sta toccando in me questa situazione?
Che cosa mi sta mostrando?
Dove sto rinunciando al mio posto?
Dove, invece, è arrivato il momento di essere chi sono?
Che cosa voglio portare con me e che cosa non mi appartiene?

E, mentre mi pongo queste domande, posso ricordare che
“non tutto ciò che arriva fino a me deve entrare dentro di me”.

Posso incontrare la rabbia dell’altro senza farne la mia rabbia.

Posso incontrare la sua paura o la sua tristezza e continuare a scegliere il mio modo di vivere.

Posso vedere un comportamento che non condivido e restare libera di decidere che cosa voglio fare, in piena integrità.

Ma c’è anche un altro passaggio, per me altrettanto importante.

Riconoscere la realtà non significa necessariamente interrompere la relazione con l’altro.

A volte, proprio quando smetto di pretendere che l’altro sia diverso da ciò che è, posso finalmente incontrarlo davvero.

Posso riconoscere ciò che è accaduto senza negarlo e, allo stesso tempo, scegliere di non ridurre l’altro al suo errore, alla sua ferita o al suo comportamento.
Dando per assodato che sto parlando di una relazione dove si vive comunque senza violenza.

Posso dire: questo mi ha ferito.
Questo, per me, non va bene.
Questo confine è necessario.

E posso, nello stesso tempo, lasciare aperta la possibilità di comprendere, di ascoltare, di chiedere ascolto e di riparare.

La riconciliazione, quando è possibile, non nasce dal cancellare ciò che è accaduto, sono balle. Come spessissimo una bugia grande come una casa è lo sbandierato perdono.

Nasce dal poter guardare insieme ciò che è accaduto, la riconciliazione.

Non significa tornare a prima, perché qualcosa è successo e proprio per questo si può diventare più forti insieme.

Significa forse costruire una relazione nuova, più consapevole, nella quale entrambi possano assumersi la responsabilità di ciò che portano.

Per me, amare qualcuno non significa confondersi con lui/lei.

Posso restare in relazione senza perdere me stessa.
Posso essere vicina senza farmi invadere.
Posso ascoltare senza rinunciare alla mia verità.
Posso riconoscere l’altro nella sua complessità e, nello stesso tempo, riconoscere me nella mia.
E posso ascoltare, osservare e accogliere tutto ciò che l’altro mi mostra del suo mondo.

E posso anche scoprire che, qualche volta, la forma più autentica dell’amore è proprio questa: lasciare all’altro la responsabilità di essere chi è, senza smettere di essere chi sono io.

Allo stesso modo, posso smettere di spendere energia nel tentativo di cambiare una realtà che, in quel momento, è semplicemente quella che è.
Prendo il dato per ciò che è e agisco per come sento.

Questo, per me, è stare nello stato di realtà in relazione (non solo d’amore ma anche in amicizia).

È vedere ciò che c’è e, a partire da ciò che vedo, salda in me stessa, decidere di stare.

È qui che, per me, cambia tutto.

A volte decidere significa parlare.
A volte mettere un confine.
A volte restare.
A volte chiedere di ricominciare in un modo diverso.
A volte lasciare andare.
A volte creare altrove ciò che, lì, accanto a quella persona o dentro quella situazione, non ha più spazio per esistere.
Con un grazie. Sempre.

Perché creo mondi quando riesco, anche dentro una realtà condivisa e non sempre semplice, a restare profondamente connessa con me stessa e a scegliere da quale luogo voglio continuare a vivere.

Io guardo alla mia creatività e alla mia vita, agisco e me ne assumo la responsabilità.

E, se scelgo di restare in relazione, non lo faccio perché la realtà è diventata diversa da quella che è.

Lo faccio perché, vedendola, posso finalmente incontrare l’altro senza perdere me.

❣️❣️❣️

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